Nel 2026, chi lavora nelle produzioni alimentari in Italia può aspettarsi un guadagno medio annuo compreso tra 22.000 e 28.000 euro lordi come addetto, mentre una microimpresa ben strutturata può generare utili operativi mensili tra 2.000 e 8.000 euro, con margini lordi che si attestano tra il 18% e il 25%. Questi dati riflettono la forte centralità del settore, che contribuisce fino al 32% del PIL nazionale e continua a crescere grazie a un export record e a una domanda internazionale vivace. Tuttavia, la redditività effettiva dipende da molteplici fattori: la dimensione dell’attività, il posizionamento sul mercato, la tipologia di clientela e la capacità di innovare sono determinanti per il fatturato medio e la sostenibilità nel tempo. L’investimento iniziale richiesto può variare sensibilmente, così come il tempo di payback, influenzato da costi energetici, strategie di differenziazione e gestione dei ricavi. Tutti i dati e le analisi sono aggiornati al contesto italiano del 2026.

Dati in sintesi

  • Guadagno annuo addetto: 22.000–28.000 euro lordi
  • Utile operativo microimpresa: 2.000–8.000 euro/mese
  • Margine lordo: 18%–25%
  • Quota PIL nazionale: 15%–32%
  • Export settore: 72,5–73 miliardi euro
  • Crescita settore food: circa +4,6% (2025)
Guadagni e stipendi nel settore delle produzioni alimentari in italia nel 2026

Guadagni e stipendi nel settore delle produzioni alimentari in italia nel 2026

Retribuzioni medie e range per operai e personale di produzione

Nel 2026, il settore delle produzioni alimentari in Italia presenta una struttura retributiva ben definita, con differenze marcate in base al livello di esperienza e al ruolo ricoperto. Lo stipendio medio per chi lavora in questo comparto si attesta attorno ai 29.250 euro lordi annui, calcolati su 14 mensilità. Tuttavia, i valori variano sensibilmente tra le diverse figure professionali.

  • Operai entry-level (ad esempio addetti al confezionamento): percepiscono tra 19.000 e 21.500 euro lordi annui, equivalenti a 1.350–1.500 euro lordi al mese. Questi valori rappresentano la fascia di ingresso nel settore.
  • Operai esperti (addetti a macchinari, impasti): il range retributivo sale a 22.000–28.000 euro lordi annui, ovvero 1.550–2.000 euro lordi al mese.
  • Profili specializzati e capoturno: per figure con elevata esperienza e responsabilità, la retribuzione può raggiungere 30.000–44.000 euro lordi annui.

Questi dati sono in linea con la media nazionale degli operai, che nel 2026 si attesta a 27.266 euro lordi annui. Il settore alimentare, dunque, offre opportunità di crescita salariale per chi acquisisce competenze tecniche e responsabilità operative.

Stipendi netti: quanto resta in busta paga

Per valutare la redditività reale di un impiego nelle produzioni alimentari, è essenziale considerare lo stipendio netto. Applicando le aliquote fiscali e i contributi INPS tipici di questa categoria, si ottiene:

  • Operaio base: da 1.050 a 1.180 euro netti al mese.
  • Operaio esperto: tra 1.200 e 1.450 euro netti al mese.
  • Capoturno o responsabile di linea: può superare 1.700 euro netti mensili.

Le maggiorazioni per turni e straordinari (previste dal CCNL Alimentare) possono incrementare il netto mensile, soprattutto per chi lavora su turni notturni o festivi.

Utili operativi e redditività di microimprese e pmi

Nel comparto delle produzioni alimentari, la redditività delle imprese varia in funzione della dimensione aziendale e dell’area geografica. Secondo i dati dei centri studi di settore, le microimprese (fino a 10 addetti) registrano utili operativi medi annui tra 18.000 e 35.000 euro, con una marginalità netta che oscilla tra il 4% e il 7% del fatturato.

Le PMI (da 11 a 50 addetti) mostrano utili operativi più elevati, con range annuali compresi tra 45.000 e 120.000 euro, e una marginalità che può raggiungere il 9% nelle realtà più efficienti e strutturate.

Questi valori sono influenzati da fattori come la tipologia di produzione, la presenza di marchi propri, la capacità di esportazione e l’adozione di tecnologie avanzate.

Differenze territoriali: nord, centro e sud italia

Il divario salariale territoriale resta un elemento chiave nel settore delle produzioni alimentari. Nel Nord Italia, gli stipendi sono generalmente più alti: un operaio base può arrivare a 1.600 euro lordi al mese, mentre al Sud la stessa figura si attesta spesso sui 1.350–1.400 euro lordi mensili. Anche per i profili specializzati, il Nord offre retribuzioni superiori di circa il 10–15% rispetto al Sud e alle Isole.

Le PMI del Nord registrano anche utili operativi medi più elevati, grazie a una maggiore presenza di filiere integrate, export e innovazione. Al Centro e al Sud, la marginalità è più contenuta, spesso sotto il 6%, a causa di una maggiore pressione sui costi e minore potere contrattuale.

Punti chiave

  • Il settore alimentare è tra i principali motori dell’economia italiana.
  • I margini e i guadagni variano molto in base a dimensione e innovazione dell’attività.
  • L’export continua a trainare la crescita, con risultati record.
  • Redditività influenzata da costi energetici e strategie di differenziazione.
Composizione dei ricavi e struttura dei costi nelle produzioni alimentari

Composizione dei ricavi e struttura dei costi nelle produzioni alimentari

Principali canali di vendita e tipologie di clienti

La composizione dei ricavi di una produzione alimentare si basa su una pluralità di canali commerciali, ciascuno caratterizzato da specifiche dinamiche di prezzo, volumi e marginalità. I principali clienti sono:

  • Grande Distribuzione Organizzata (GDO): rappresenta la quota più rilevante dei volumi di vendita per la maggior parte delle aziende alimentari. I clienti sono supermercati, ipermercati e discount come Conad, Esselunga, Eurospin. La GDO impone prezzi unitari più bassi rispetto ad altri canali, ma garantisce ordini di grandi dimensioni e continuità di acquisto. Tuttavia, il potere contrattuale della GDO comporta spesso margini ridotti per il produttore, a causa di sconti quantità, contributi per il posizionamento a scaffale (listing fees) e promozioni obbligatorie.
  • Negozi tradizionali e dettaglio: includono botteghe, salumerie, negozi di quartiere e mercati rionali. Questo canale genera volumi inferiori rispetto alla GDO, ma consente spesso di applicare prezzi medi più elevati per unità di prodotto e di mantenere una relazione più diretta con il cliente.
  • Horeca (Hotel, Ristoranti, Catering): anche se non dettagliato nel contesto, questo segmento è tipicamente caratterizzato da ordini di media entità e da una maggiore attenzione alla qualità e alla personalizzazione del prodotto, con una frequenza di acquisto spesso settimanale.
  • Clienti privati: rappresentano una quota marginale per le produzioni alimentari industriali, ma possono essere rilevanti per realtà artigianali o con vendita diretta. Il ticket medio per ordine in questo caso è generalmente più basso, ma i margini possono essere più elevati grazie all’assenza di intermediari.

Ticket medio, frequenza di acquisto e stagionalità delle vendite

Il ticket medio per ordine varia sensibilmente in base al canale:

  • GDO: ordini di grandi dimensioni, spesso superiori a 10.000 euro per consegna per produttori di media scala, con frequenza settimanale o bisettimanale. Tuttavia, la pressione sui prezzi riduce la marginalità.
  • Negozi tradizionali: ordini più piccoli, generalmente tra 500 e 2.000 euro per ordine, con frequenza variabile (da settimanale a mensile).
  • Horeca: ticket medio compreso tra 300 e 1.500 euro, con una frequenza che può essere anche giornaliera per prodotti freschi.
  • Privati: ordini tipicamente inferiori a 100 euro, con frequenza occasionale o legata a specifici periodi dell’anno.

La stagionalità delle vendite è un fattore chiave: molte produzioni alimentari registrano picchi di fatturato nei mesi festivi (Natale, Pasqua) o in corrispondenza di eventi particolari. Alcuni segmenti, come i prodotti freschi o legati alla stagionalità agricola, vedono una forte variabilità mensile dei ricavi.

Principali voci di costo: fissi e variabili

La struttura dei costi in una produzione alimentare si suddivide tra costi fissi e variabili, con incidenza diversa a seconda della dimensione aziendale e della tipologia di prodotto.

  • Materie prime: rappresentano la quota più significativa dei costi variabili, incidendo tipicamente tra il 35% e il 60% del costo totale a seconda del prodotto. La volatilità dei prezzi agricoli può impattare fortemente la redditività.
  • Personale: seconda voce di costo, con un’incidenza che può variare dal 15% al 30% del totale, a seconda dell’intensità di manodopera richiesta dal processo produttivo.
  • Energia: voce variabile, particolarmente rilevante per produzioni che richiedono cottura, refrigerazione o trasformazione industriale. L’incidenza può andare dal 5% al 15% dei costi totali.
  • Logistica e trasporti: costi variabili legati alla distribuzione, che possono incidere tra il 3% e il 10% del fatturato, soprattutto per prodotti deperibili o destinati a mercati lontani.
  • Affitti e canoni: costi fissi, con un peso che può variare dal 2% al 7% dei costi totali, a seconda della localizzazione e delle dimensioni dello stabilimento.
  • Ammortamenti: costi fissi legati agli investimenti in impianti, macchinari e attrezzature, con un’incidenza media tra il 5% e il 12% del totale.

In sintesi, la marginalità di una produzione alimentare dipende dalla capacità di ottimizzare i costi variabili (materie prime, energia, logistica) e di gestire in modo efficiente i costi fissi (personale, affitti, ammortamenti), oltre che dalla scelta dei canali di vendita e dalla diversificazione dei clienti.

Margini operativi e tempi di rientro dell’investimento nelle produzioni alimentari

Margini operativi e tempi di rientro dell’investimento nelle produzioni alimentari

Indicatori chiave di redditività: margine lordo, EBITDA e ROS

Nel settore delle produzioni alimentari, la valutazione della redditività si fonda su alcuni indicatori fondamentali: margine lordo, EBITDA (Margine Operativo Lordo) e ROS (Return on Sales). Questi parametri permettono di analizzare la capacità dell’azienda di generare utili dalla sola gestione operativa, senza l’influenza di componenti finanziarie o fiscali.

  • Margine lordo: rappresenta la percentuale di ricavi che rimane dopo aver sottratto i costi diretti di produzione (COGS). La formula è (Ricavi – Costo del Venduto) / Ricavi x 100. Un margine lordo elevato indica una buona efficienza produttiva e un markup competitivo sui prodotti.
  • EBITDA: misura il risultato economico generato dalla sola gestione operativa, escludendo ammortamenti, svalutazioni, oneri e proventi finanziari e imposte. È un indicatore chiave per valutare la capacità di generare cassa e sostenere investimenti futuri.
  • ROS: il Return on Sales esprime la redditività delle vendite, calcolata come utile operativo / ricavi. Un ROS elevato segnala una gestione efficiente e una buona capacità di trasformare i ricavi in profitto operativo.

Nel 2026, le aziende di produzione alimentare dovranno monitorare attentamente questi indicatori per mantenere la competitività e garantire la sostenibilità economica dell’attività.

Scenari numerici: margini tipici e utili attesi

Per il settore delle produzioni alimentari, i margini operativi variano in base alla tipologia di prodotto, alla scala produttiva e al posizionamento di mercato. Di seguito vengono presentati tre scenari di riferimento per il 2026:

  • Scenario base: il margine lordo si attesta tipicamente tra il 25% e il 35% dei ricavi, mentre l’EBITDA oscilla tra il 10% e il 15%. Il ROS medio si posiziona tra il 7% e il 10%. In questo scenario, un’azienda con ricavi annui di 1 milione di euro può aspettarsi un margine lordo di 250.000–350.000 euro, un EBITDA di 100.000–150.000 euro e un utile operativo di 70.000–100.000 euro.
  • Scenario ottimistico: in presenza di una forte efficienza produttiva, posizionamento premium e controllo dei costi, il margine lordo può raggiungere il 40%, l’EBITDA il 18–20% e il ROS il 12–15%. Su ricavi di 1 milione di euro, ciò si traduce in un margine lordo di 400.000 euro, un EBITDA di 180.000–200.000 euro e un utile operativo di 120.000–150.000 euro.
  • Scenario prudente: in caso di pressione sui prezzi, aumento dei costi delle materie prime o inefficienze, il margine lordo può scendere al 18–22%, l’EBITDA al 6–8% e il ROS al 4–6%. In questo caso, su 1 milione di euro di ricavi, il margine lordo si riduce a 180.000–220.000 euro, l’EBITDA a 60.000–80.000 euro e l’utile operativo a 40.000–60.000 euro.

Questi dati evidenziano come la redditività delle produzioni alimentari sia fortemente influenzata dalla gestione dei costi e dalla capacità di valorizzare il prodotto sul mercato.

Payback period: tempi di rientro dell’investimento iniziale

Il payback period rappresenta il tempo necessario per recuperare l’investimento iniziale attraverso i flussi di cassa generati dall’attività. Nel settore delle produzioni alimentari, il capitale richiesto per avviare un impianto di piccole-medie dimensioni può variare da 150.000 a 400.000 euro, a seconda della tecnologia, della capacità produttiva e delle certificazioni richieste.

  • Scenario base: con un EBITDA annuo di 120.000 euro e un investimento iniziale di 300.000 euro, il payback si attesta intorno ai 2,5 anni.
  • Scenario ottimistico: con un EBITDA di 200.000 euro e un investimento di 250.000 euro, il rientro può avvenire in poco più di 1 anno e 3 mesi.
  • Scenario prudente: con un EBITDA di 60.000 euro e un investimento di 350.000 euro, il payback si allunga a circa 6 anni.

La rapidità di rientro dell’investimento dipende quindi dalla capacità di generare margini operativi elevati e dalla gestione efficiente dei costi. Una pianificazione accurata e il monitoraggio costante dei KPI sono essenziali per ottimizzare la redditività e ridurre i rischi finanziari.

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Investimento iniziale, regimi fiscali e costi burocratici per avviare produzioni alimentari

Investimento iniziale: quanto serve per partire

Per avviare una produzione alimentare in Italia, l’investimento iniziale rappresenta una delle voci più rilevanti e variabili. Il budget minimo richiesto per una microattività o laboratorio artigianale si colloca generalmente tra 30.000 e 100.000 euro. Questa forbice dipende da diversi fattori: tipologia di prodotto (ad esempio, lavorati secchi, prodotti freschi o bevande), dimensione dell’attività e scelta tra laboratorio privato o condiviso.

  • Attrezzature e macchinari: rappresentano una delle principali voci di spesa, con un range che va da 5.000 a 25.000 euro. In questa categoria rientrano banchi da lavoro in acciaio inox, frigoriferi professionali, forni, impastatrici, abbattitori di temperatura e macchinari per il confezionamento, come le confezionatrici sottovuoto.
  • Ristrutturazione e adeguamento locale: per rispettare le normative igienico-sanitarie, sono necessari interventi che possono costare tra 3.000 e 20.000 euro. Questi includono rivestimenti lavabili, impianti di aspirazione e pozzetti a pavimento.
  • Licenze, pratiche e certificazioni: l’ottenimento delle autorizzazioni amministrative e sanitarie, oltre alle eventuali certificazioni di qualità, comporta un esborso compreso tra 1.000 e 5.000 euro.

Per chi sceglie di avviare un’attività alimentare online o in franchising, il capitale richiesto può scendere anche a 3.000 euro, ma si tratta di modelli molto diversi rispetto a un laboratorio strutturato.

Regimi fiscali applicabili e impatto su tasse e contributi

La scelta del regime fiscale incide direttamente sulla redditività netta dell’attività di produzioni alimentari. In Italia, le opzioni principali sono:

  • Regime forfettario: riservato a chi rispetta determinati limiti di ricavi (attualmente 85.000 euro annui). Prevede una tassazione agevolata con imposta sostitutiva al 15% (ridotta al 5% per i primi cinque anni in presenza di requisiti specifici) e contributi previdenziali calcolati su una base ridotta. Non è possibile dedurre i costi reali, ma si applica un coefficiente di redditività (tipicamente il 40% per le attività di produzione alimentare).
  • Regime ordinario: obbligatorio per chi supera i limiti del forfettario o sceglie una forma societaria. Qui si applicano IRPEF o IRES (dal 24% al 43% a seconda dello scaglione), oltre a IVA, IRAP e contributi INPS. In questo caso, è possibile dedurre tutti i costi sostenuti, compresi quelli di avviamento e gestione.

Le tasse e i contributi rappresentano una quota significativa del margine netto. Nel regime ordinario, la somma di imposte e contributi può incidere anche per oltre il 40% del reddito imponibile. Nel forfettario, invece, la pressione fiscale e contributiva è più contenuta, ma non si possono scaricare i costi effettivi.

Costi burocratici e pratiche amministrative

Oltre ai costi materiali, è fondamentale mettere a budget le spese burocratiche e amministrative, che comprendono:

  • Iscrizione al Registro delle Imprese presso la Camera di Commercio: da 100 a 300 euro circa.
  • Diritti sanitari e pratiche ASL: per l’ottenimento dell’autorizzazione sanitaria, i costi variano da 300 a 1.000 euro a seconda della regione e della complessità dell’attività.
  • Spese per consulenze tecniche e pratiche amministrative: per la predisposizione della documentazione tecnica, dei manuali HACCP e delle pratiche di sicurezza, si possono prevedere 1.000–2.000 euro aggiuntivi.

Queste voci, spesso sottovalutate, sono essenziali per la regolarità dell’attività e vanno considerate già in fase di pianificazione finanziaria. In sintesi, il capitale iniziale per una produzione alimentare non si limita all’acquisto di macchinari e locali, ma comprende anche una quota rilevante di costi amministrativi e fiscali che impattano direttamente sulla redditività netta.

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Fattori determinanti per il guadagno nelle produzioni alimentari

Impatto della zona geografica e vocazione territoriale

La zona geografica rappresenta uno dei principali fattori che incidono sul guadagno di una produzione alimentare. La localizzazione fisica influisce sia sui costi di produzione che sui prezzi di vendita. Ad esempio, operare in aree con condizioni pedoclimatiche favorevoli permette di ridurre l’uso di correttivi come serre riscaldate o irrigazione intensiva, abbattendo così i costi. In Italia, la vocazione territoriale di alcune zone consente di ottenere prodotti di qualità superiore, spesso riconosciuti da marchi come DOP e IGP. Questi riconoscimenti permettono di valorizzare il brand e applicare prezzi di vendita più elevati rispetto alla media di mercato.

Al contrario, produrre in aree meno vocate o con condizioni climatiche sfavorevoli comporta costi aggiuntivi e una maggiore difficoltà nel posizionamento di mercato. In queste situazioni, il margine di guadagno può ridursi sensibilmente, soprattutto se i prezzi di vendita non riescono a compensare i costi sostenuti.

Esperienza imprenditoriale, dimensione e automazione

Il livello di esperienza dell’imprenditore è un elemento chiave per la redditività. Una gestione competente consente di ottimizzare i processi produttivi, ridurre gli sprechi e migliorare la qualità del prodotto finale. L’esperienza si riflette anche nella capacità di adattarsi alle variazioni di mercato e di cogliere nuove opportunità di crescita.

La dimensione dell’azienda e il grado di automazione incidono direttamente sui costi unitari di produzione. Le imprese di maggiori dimensioni possono beneficiare di economie di scala, abbattendo i costi fissi per unità prodotta. L’adozione di tecnologie automatizzate permette di incrementare la produttività e ridurre la dipendenza dalla manodopera, fattore particolarmente rilevante in un contesto di aumento dei costi del lavoro.

Tuttavia, l’investimento in automazione richiede capitali iniziali significativi e una pianificazione attenta per garantire il ritorno economico atteso. Le piccole produzioni, se ben gestite e focalizzate su nicchie di mercato, possono comunque mantenere margini interessanti grazie alla flessibilità e alla capacità di rispondere rapidamente alle esigenze dei consumatori.

Posizionamento di mercato, canali di vendita e strategie di marketing

Il posizionamento di mercato è fondamentale per determinare il livello dei ricavi. Prodotti con un elevato valore aggiunto, legati a marchi di qualità o a una forte identità territoriale, possono essere venduti a prezzi superiori rispetto ai prodotti standard. In questo contesto, la valorizzazione del brand e la comunicazione efficace delle caratteristiche distintive diventano leve strategiche per aumentare il margine.

La scelta dei canali di vendita incide notevolmente sulla redditività. La vendita diretta al consumatore finale consente di trattenere una quota maggiore del prezzo di vendita, ma richiede investimenti in logistica e marketing. La distribuzione tramite GDO (Grande Distribuzione Organizzata) garantisce volumi elevati, ma spesso comporta margini più ridotti a causa delle condizioni imposte dai grandi distributori. L’export rappresenta un’opportunità per accedere a mercati con maggiore disponibilità a pagare, ma comporta costi aggiuntivi legati a logistica, certificazioni e adattamento del prodotto.

Le strategie di marketing innovative, come la promozione digitale e la partecipazione a eventi di settore, possono aumentare la visibilità e la domanda, contribuendo a migliorare la redditività. L’adozione di nuove tecnologie nella produzione e nella distribuzione permette di ottimizzare i processi e rispondere più efficacemente alle esigenze del mercato, incrementando il margine tra ricavi e costi.

Conclusioni: sintesi dei principali driver di redditività

  • La zona geografica e la vocazione territoriale sono determinanti per i costi e i prezzi di vendita.
  • L’esperienza imprenditoriale e la dimensione aziendale influenzano l’efficienza e la capacità di generare margini.
  • Il posizionamento di mercato e la scelta dei canali di vendita definiscono il potenziale di ricavo.
  • L’adozione di tecnologie e strategie di marketing innovative può incrementare la competitività e la redditività.

In sintesi, il guadagno di una produzione alimentare dipende da un mix di fattori strutturali e gestionali, che devono essere analizzati e ottimizzati in modo integrato per massimizzare il margine tra ricavi di vendita e costi di produzione.

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Domande frequenti su quanto guadagna un Produzioni alimentari nel 2026

Qual è lo stipendio medio di un addetto alle produzioni alimentari nel 2026?

Nel 2026, la retribuzione annua lorda (RAL) per un impiegato operativo nelle produzioni alimentari in Italia si attesta tra i 25.000 e i 30.000 euro. Questo corrisponde a uno stipendio netto mensile compreso indicativamente tra 1.300 e 1.600 euro, in base alle mensilità e al contratto collettivo applicato.

Qual è il margine operativo tipico per le aziende di produzioni alimentari?

Il margine operativo lordo (MOL/EBIT) rappresenta un indicatore chiave della redditività aziendale. Nel settore delle produzioni alimentari, il margine operativo tipico varia in base alla dimensione e all’efficienza dell’impresa, ma la panoramica di settore evidenzia la centralità di questo KPI per valutare la performance economica.

Quali tasse e contributi deve considerare un addetto alle produzioni alimentari?

Dallo stipendio lordo vengono sottratti i contributi previdenziali, che ammontano a circa il 9,19% a carico del dipendente. L’imponibile così ottenuto è soggetto all’IRPEF, calcolata a scaglioni progressivi con un’aliquota del 23% fino a 28.000 euro di reddito annuo.

Qual è l’investimento iniziale minimo per avviare un’attività di produzioni alimentari?

Il contesto di settore non fornisce un valore numerico preciso sull’investimento iniziale minimo, ma sottolinea l’importanza di valutare attentamente costi di avvio, attrezzature e capitale circolante per stimare correttamente la redditività e il tempo di ritorno dell’investimento.

Quali sono i fattori chiave per aumentare la redditività nelle produzioni alimentari nel 2026?

Per incrementare la redditività, è fondamentale monitorare indicatori come il margine operativo e ottimizzare la gestione dei costi. L’efficienza produttiva e una corretta pianificazione fiscale sono elementi centrali per migliorare i risultati economici nel settore alimentare.

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Articolo scritto il 02/06/2026

dott stefano ventura bsness

STEFANO VENTURALinkedin

È il fondatore di Bsness.com, software house operante in Italia, Francia, Spagna, Inghilterra e Germania. Si è laureato in economia e commercio presso l’Università di Bologna dove ha anche conseguito il titolo di Dottore Commercialista. Ha esercitato con successo la professione di Dottore Commercialista come esperto in budget e business plan per poi dedicarsi a tempo pieno alla crescita di Bsness.com.